A letto con la mia peggior nemica (Ingrid 8)

  • Scritto da Lizbeth il 20/06/2024 - 13:39
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Mi chiamo Ingrid Lindström e sono la madre di Lizzy. Ho scoperto questo sito grazie a lei, che a quanto pare ha un'ottima fantasia. Leggendo alcune storie, ho pensato che, essendo in pensione, potrei raccontare un po' delle esperienze che ho vissuto dopo il divorzio. Così eccomi qui, pronta a immergermi nei ricordi, sperando di trovare qualcosa di interessante.
Prima di tutto, so che è importante descrivermi fisicamente, anche se le storie che racconterò spazieranno su un arco di 20 anni, durante i quali il mio corpo è cambiato continuamente. Sicuramente non sono più bella come un tempo, né tanto affascinante quanto mia figlia, sulla quale vi siete concentrati ultimamente. Nonostante ciò, non mi reputo ancora da buttare, e penso che la mia eleganza compensi la bellezza persa. Il mio viso è segnato dall'esperienza, e le rughe lo rendono seducente. I miei capelli biondi, con un po' di aiuto, riflettono ancora la luce del giorno. Gli occhi azzurri, a quanto pare penetranti, non trasmettono certo dolcezza. Nonostante l'età, cerco di mantenere la forma, con delle curve generose e un seno rigoglioso. Non so cos'altro dire, ma fornirò ulteriori dettagli nelle mie storia.

Vi ho detto qualche racconto fa che i rapporti con mia figlia si erano complicati dopo quello che era successo in Svezia. Se volete i dettagli, rileggete il capitolo dove racconto tutto. Bene, non potete immaginare quanto fossi sorpresa quando, improvvisamente, tornò a casa.

Era una giornata estiva afosa e sentii la porta sbattere con forza. Mi alzai e vidi mia figlia Lizzy in piedi, ansimante, come se il cuore le scoppiasse nel petto. Le sue mani tremavano mentre appoggiava la schiena alla porta d'ingresso, cercando di calmarsi.

"Lizzy, tesoro, che succede?" le chiesi cercando di tranquillizzarla.

Mia figlia mi abbracciò, le sue lacrime scendevano copiose sulla mia spalla destra. "Mamma, lei... lei è qui. Mi sta seguendo."

Incrociai il suo sguardo, e pur immaginando chi intendesse, le chiesi: "Chi, amore? Chi ti sta seguendo?"

"Sabrina," rispose Lizzy, la voce un sussurro tremante. "Non vuole lasciarmi andare."

In quel momento, un forte bussare alla porta interruppe il silenzio. Lizzy trasalì e mi strinse il braccio. "È lei, maledizione."

La strinsi a me un'ultima volta, contenta che avesse ancora bisogno di sua madre, e le dissi di andare in camera sua mentre io mi sarei occupata di tutto.

Aprii la porta con calma e mi trovai davanti Sabrina, la fidanzata di mia figlia. Alta e slanciata, Sabrina aveva una presenza imponente. I suoi capelli rossi, lunghi e mossi, le ricadevano sulle spalle come una cascata di fuoco. Indossava un abito nero attillato che metteva in risalto le sue curve mature e provocanti, con uno spacco che rivelava le sue gambe affusolate. I suoi occhi verdi brillavano di determinazione e furore.

"Dov'è quella puttana?" chiese senza preamboli.

Rimasi immobile, colpita dalla sua aggressività. Nonostante tutto, mantenni la calma. "Perché non ti calmi un attimo? Vieni dentro, parliamo."

Lei esitò, ma alla fine entrò, lo sguardo cercava mia figlia, ma non la trovava.

Le presi la mano, cercai di calmarla e di capire cosa fosse successo. "Ascolta, non so cosa sia capitato tra di voi, ma forse se ti invito a cena, potremmo chiarirci le idee. C'è un ristorante tranquillo qui vicino, e possiamo parlare senza fretta." Il mio unico scopo era di allontanarla da mia figlia.

“Prima voglio vedere lei,” insisteva.

“Per ora te lo impedisco,” mi misi tra lei e il corridoio. "Dai, usciamo a cena e parliamo."

Mi guardò con un sorriso amaro e aggiunse, “Va bene, ma dopo torniamo qui e parlo con lei.”

Portai Sabrina al ristorante più vicino, un luogo tranquillo e poco affollato, sperando che l'atmosfera serena potesse distendere la tensione tra noi. Dopo aver fatto l'ordine, ci sedemmo in un angolo riservato.

Sabrina fissava il vuoto fuori dalla finestra, gli occhi verdi brillanti di emozione contenuta. "Lizzy è mia e solo mia," esordì con voce bassa ma intensa. "Non riesco a capire perché sia scappata. Abbiamo avuto dei problemi, certo, ma credevo di poterli risolvere."

"Capisco che tu sia arrabbiata," risposi cercando di mantenere la calma. "Puoi spiegarmi cosa è successo esattamente?"

Sabrina prese un respiro profondo, le mani stringevano nervosamente il tovagliolo sul tavolo. "L'ho costretta a fare sesso con mio marito," disse con voce incrinata. "Pensavo che potesse piacerle, che potesse... eccitarsi. Dopo l'orgasmo di mio marito, è scappata via."

Mi sentii pervadere da una furia interna. "Questo è terribile. Capisci che è solo una ragazzina?" Ebbi l'impulso di reagire in modo più duro, ma mi trattenni.

Sabrina scosse la testa con vigore. "Non capisci. Lei è mia e deve fare tutto quello che dico io. Non sai quanti soldi ho speso per il suo benessere, soprattutto quando è scappata da me. Mio marito la desiderava da mesi, e ho pensato che il giorno del suo compleanno fosse il momento giusto..."

"Non riesci a vedere quanto le tue parole siano fuori luogo?" replicai, cercando di non lasciarmi sopraffare dalla rabbia che covavo dentro. "D'ora in poi, non la vedrai più. Devi lasciarla in pace."

Sabrina mi sorrise ironicamente. "Lei tornerà da me, come sempre."

"Devi accettare la mia decisione," ribattei con fermezza. "Non puoi costringerla a fare ciò che vuoi tu."

Sabrina rimase in silenzio, giocando nervosamente con il tovagliolo tra le dita. "Non voglio perderla."

Il cameriere arrivò con il cibo, interrompendo momentaneamente la nostra conversazione. Mangiammo in un silenzio più rilassato, sebbene la tensione rimanesse palpabile tra di noi. Mentre pagai il conto decisi che dovevo trovare un modo per allontanarla da mia figlia.

Ci dirigemmo verso il parcheggio. Lei era stranamente silenziosa, persa nei suoi pensieri. Si fermò accanto a un'auto. "È la mia." Mi guardò, ora molto più calma. "Sai, ora che ti guardo meglio, sei davvero una donna splendida." Il suo sguardo era diventato intenso e magnetico. "Sai, in fondo mi sto stancando di tua figlia. Crea troppi problemi."

Dove voleva arrivare? Dentro di me lo intuivo, ma speravo di sbagliarmi.

Mi mise una mano sulla spalla. "Hai pagato la cena, permettimi di invitarti a casa mia. Ti offrirei qualcosa da bere." Mi accarezzò i capelli con un gesto sensuale. "Una madre è disposta a fare di tutto per la figlia, almeno così dicono."

Ero lusingata e terrorizzata allo stesso tempo. "Ma io... io non sono mai stata con una donna," mentii, determinata a proteggere i miei segreti.

Si avvicinò, i nostri respiri si mescolarono, le nostre labbra quasi si sfioravano. Sentivo il suo calore sulla mia pelle. "Non te ne pentirai," sussurrò con voce roca, prima di baciarmi con passione. "Ho sempre ammirato donne come te, così forti e indipendenti." Affondò la sua lingua nella mia bocca e aggiunse, "Una madre per una figlia."

Il mio cuore accelerò. Aveva colpito nel segno. Lo ammetto, ero eccitata, anche se razionalmente sapevo che era sbagliato.

Le sue mani forti mi sfiorarono il seno, lo accarezzarono con abilità, lo spinsero verso l'alto mentre mi baciava di nuovo, questa volta con ancora più trasporto. Non potei resistere e ricambiai il suo bacio. Avevo ceduto al suo desiderio.

L'eccitazione avvolse entrambe. Il bacio, inizialmente timido e incerto, si era trasformato in un vortice di passione. Sentivo i suoi seni morbidi contro il mio petto, le sue gambe si intrecciavano alle mie.

Ci separammo solo per un attimo, avevo bisogno di riprendere fiato. Potevo notare dal suo sguardo che mi desiderava, pensare che fino ad oggi era stata la mia più acerrima nemica. "Vieni con me," sussurrò, la sua voce era ipnotica. "Lasciati andare."

Senza pensarci due volte, la seguii verso la sua macchina. Salimmo e lei si mise al volante. Guidava veloce, sicura, era ansiosa di tornare a casa. Eravamo dirette a casa sua.

L'auto si fermò davanti a un cancello in ferro battuto. Lei lo aprì con un telecomando. Un viale alberato conduceva a una villa immersa nel verde. Era una dimora elegante, alla luce del chiaro di luna era terrificante, ma probabilmente era la mia agitazione che cambiavano la mia vista.

Entrammo dentro "Aspetta qui," mi disse lei, accompagnandomi in un salotto illuminato da una luce diffusa dal caminetto acceso. "Vado a prendere qualcosa da bere."

Rimasi sola, immersa nel silenzio della casa. Il mio cuore batteva forte in petto, un misto di eccitazione e timore. Cosa stava succedendo? Dove mi ero cacciata?

Non ebbi tempo di riflettere ulteriormente perché lei tornò quasi subito, reggendo un vassoio con due bicchieri di vino rosso. "Brindisi," disse con un sorriso malizioso. "Per una notte che non dimenticheremo mai."

Chinai il capo e il vino frizzante scivolò giù per la mia gola. Era delizioso, forse quella sostanza alcolica mi avrebbe aiutata.

Ci guardammo negli occhi e, in quello sguardo, capii che non c'era bisogno di altre parole. Ci avvicinammo lentamente, magneticamente attratti l'una dall'altra. Le nostre labbra si sfiorarono, poi si unirono in un bacio appassionato che consumò ogni dubbio e ogni remora.

Le sue mani esplorarono il mio corpo con una sensualità che non avevo mai conosciuto. Ogni suo tocco era un fuoco che mi bruciava, ogni suo bacio una promessa di piacere infinito.

Ci spogliammo lentamente, rivelando i nostri corpi nudi alla luce fioca della stanza. I suoi occhi percorsero ogni centimetro della mia pelle, accarezzandomi con lo sguardo prima di sfiorarmi con le sue mani ardenti.

Mi condusse in una stanza buia, illuminata solo da candele profumate che emanavano un aroma inebriante. L'aria era densa di tensione erotica, alimentata dal silenzio rotto solo dal crepitio del fuoco. "Qui è dove porto sempre tua figlia," disse con un tono sommesso, le sue parole cariche di un significato sinistro che mi fece rabbrividire.

Senza proferire parola, mi legò a una sedia con una corda morbida ma resistente. I miei polsi erano stretti, ma non abbastanza da farmi male. Ero in trappola, vulnerabile, completamente alla sua mercé. Nonostante la paura che cresceva dentro di me, un'inquietante curiosità mi spingeva a scoprire cosa mi attendeva.

Si avvicinò, il suo corpo sinuoso si muoveva con grazia felina. I suoi occhi, carichi di una sensualità magnetica, fissarono i miei, sfidandomi a non distogliere lo sguardo. "Le piace giocare, signora?" chiese con un sorriso malizioso, la sua voce un sussurro che mi accarezzava le orecchie.

Non riuscii a rispondere, la gola secca per l'eccitazione mista al terrore. Le sue labbra, morbide come velluto, sfiorarono il mio viso, lasciando una scia di brividi sulla mia pelle. "Non si preoccupi," sussurrò, la sua voce un ronzio caldo che mi fece rabbrividire. "Le farò piacere, le farò urlare di gioia."

Le sue mani esperte accarezzarono il mio corpo, esplorando ogni centimetro della mia pelle con una delicatezza quasi reverenziale. Ogni suo tocco era un marchio di possesso, un invito ad abbandonarmi al suo volere. I suoi baci si trasformarono in qualcosa di più intenso, più appassionato.

Gemevo di piacere mentre le sue mani si avventuravano in luoghi intimi, scoprendo segreti nascosti. Urlai di piacere quando il suo tocco divenne più intenso, più audace. Mi sentivo completamente in suo potere, pronta a soddisfare ogni suo desiderio. Il dolore si mescolava al piacere.

Mi afferrò con le sue mani vellutate, spalancò le mie gambe, e si inginocchiò di fronte a me, scrutando il mio desiderio. "Qualcuna sembra felice di vedermi," mormorò con un sorriso malizioso. Le sue labbra morbide trovarono il mio clitoride, iniziando a leccarmi con fermezza mentre il piacere si diffuse attraverso il mio corpo.

La sensazione era elettrizzante, ogni tocco delle sue labbra e della sua lingua era come una danza sensuale sulla mia pelle. La sua maestria nel suscitare piacere mi faceva gemere di desiderio crescente. Ogni movimento era preciso, studiato per farmi vibrare di piacere, portandomi sempre più vicino al culmine dell'estasi.

Mi sentivo completamente abbandonata al suo tocco, le mie mani erano legate dietro alla mia schiena, volevo toccarla a tutti i costi. Le sue carezze diventavano sempre più intense, avvolgendomi in un vortice di sensazioni che mi lasciavano senza fiato. Ero completamente persa nel momento, pronta a lasciarmi trasportare dalla sua maestria e dal piacere che solo lei poteva darmi.

Proprio mentre stavo per raggiungere l'orgasmo, lei si fermò. Si alzò in piedi e mi diede una sberla in piena faccia “Questo è per tua figlia”. Ancora con il suo passo felino si diresse verso il comodino davanti a me, estrasse una frusta. Il suo manico era robusto, avvolto in cuoio nero, si adagiava perfettamente nella sua mano. Le code, sottili e flessibili, pendevano con eleganza dalla base, sentivo già quelle strisce sulla mia pelle.

Con un sorriso malizioso e con la frusta saldamente in mano si avvicinò a me, il cuore batteva all'impazzata. Il suo sguardo arrabbiato mi infondeva paura.

Senza una parola, prese posizione di fronte a me, lasciando che la frusta si intrecciasse tra le sue dita con un movimento fluido. Ogni movimento era calcolato, ogni movimento era fatto in modo per indurre autorità.

Con un movimento lento ma deciso del polso, le code della frusta presero vita, danzando nell'aria con grazia prima di scoccare con precisione millimetrica sul mio seno esposto. Urlai. Ogni carezza della frusta incrementava il nostro legame, e diffondeva il mio consenso silenzioso.

La guardai dritta negli occhi mentre continuava il suo balletto sensuale. C'era in gioco la mia fiducia verso di lei. In quel momento avevo scordato mia figlia.

Sulla mia pelle si erano aperte delle ferite, da alcune perdevo del sangue. Mi fece chinare in avanti; riuscii a non cadere solo perché le mie mani erano bloccate contro lo schienale della sedia. Le frustate continuarono, e capii che voleva farmi provare dolore. Ogni colpo era seguito da un gemito, finché tutto divenne silenzioso. Le mie mani furono finalmente libere, o qualcuno mi aveva aiutato a liberarmi. Ero liberata, ma non osavo muovermi.

“Guardami”, mi ordinò. Alzai gli occhi e vidi davanti a me un cazzo di gomma nera. Lo presi istintivamente in mano.

“Aspetta, è troppo presto'”, disse.

Mi aiutò a rialzarmi mettendo un braccio sotto la mia ascella destra, indicandomi il letto che notai solo allora. 'Salici sopra', mi disse. Mi avvicinai, coprendo la mia nudità con le mani. Mi sedetti sul materasso e lei mi ordinò:

'Non cosi, ti devi inginocchiare'. La sua voce mi sembrò alterata.

Avevo promesso di fare questo per mia figlia, ma dentro di me sentivo una strana eccitazione. Mi inginocchiai sul letto. Lei posò la mia testa sul materasso e mi disse di restare ferma. Prese dei lacci dal comodino e mi legò le mani dietro la schiena e le caviglie tra loro. Mi sentivo come un involto.

“È ora di continuare quello che tua figlia ha iniziato”, disse senza esitazione. Introdusse quel oggetto enorme dentro di me con decisione. Nel buio non riuscivo a vedere nulla, ma potevo sentire ogni colpo intensificarsi. Mi sentivo vulnerabile. Come poteva a mia figlia piacere questo tipo di esperienze? (Dai suoi racconti sembrava che le piacesse.)

Sentii un misto di dolore e piacere. Ammetto che in quel momento non riuscii a goderne appieno, ma dentro di me provavo un'emozione intensa. I miei gemiti venivano soffocati dalle coperte.

Fu in quel momento che accadde qualcosa di inaspettato.

Da qualche parte alle mie spalle, una porta si aprì, e fui certa che non fosse la stessa da cui ero entrata io. “Era ora che arrivassi.” Mi chiesi chi fosse arrivato, immaginai tutti: mia figlia, suo marito, un misterioso sconosciuto. Rimasi in attesa.

La mia aguzzina rimosse lentamente l'oggetto di piacere dalla mia passera. Appena lo fece, i miei umori scorsero lungo le mie gambe. Non ebbi neppure il tempo di respirare che sentii una penetrante invasione nel mio ano. Notai qualcosa di diverso e una voce me lo confermò.

“Chi è questa troia?” - Una voce maschile profonda e autoritaria. - “Caro, non preoccuparti, è solo una che voleva essere punita, tu scopala.” - Cazzo, era suo marito. Non se lo fece ripetere e mi spinse il suo cazzo duro dentro il mio culo fino alle palle; le sentii sbattere, ripetutamente, contro le mie chiappe.

Io cercai di urlare, cercai di scappare, ma come potevo farlo? Ero imprigionata e, inoltre, successe un'altra cosa. La villana corse davanti a me, mi tirò i capelli e mi sbatté la sua figa calda in faccia; a quanto pare si era tolta il fallo di gomma. “Ora così starai zitta.”

Le sue mani mi tenevano bloccata contro la sua vagina, la mia lingua si muoveva con ardore, la sentivo gemere e contorcersi sopra di me. Io, invece, sentivo ogni tipo di sensazione nel mio ano: piacere, dolore, costrizione. Per una volta tanto non dovevo prendere decisioni, ero completamente nelle loro mani. Forse era proprio questo che piaceva a mia figlia.

La mia lingua scorreva con vigore sulla sua passera, così potei distrarmi da ciò che accadeva alle mie spalle, anche se era praticamente impossibile ignorare i gemiti di suo marito. Sembrava quasi che avesse l'asma.

Tutto finì in modo improvviso. La mia amante, la mia nemica, la mia padrona, si contrasse ed esplose sulla mia faccia; era un misto tra urina e umori. In contemporanea, in modo che definirei miracoloso, pure suo marito esplose il suo seme bollente all'interno del mio fondoschiena. Lei si diresse dietro di me, leccò il mio ano, raccolse un po' di sperma e mi baciò profondamente, condividendo quella crema sulla mia lingua.

Il suo uomo si era dileguato, quello stronzo. Lei mi prese il mento tra le dita: “Bene, il nostro patto ora è siglato, non vedrò mai più tua figlia.” Spoiler: mi mentì. “Ora riposati.” Chiuse a chiave la porta della stanza e mi lasciò da sola, nuda e legata, fino al giorno dopo, quando mi offrì una generosa colazione.

Quando tornai a casa, dissi a mia figlia che l'avevo convinta, ora era tutto risolto, ora era libera, e lei mi abbracciò piangendo. Da quel giorno iniziò, per un periodo che non posso quantificare, la mia strana, travolgente relazione con Sabrina. Non preoccupatevi, racconterò tutte le mie avventure prossimamente.

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