La ladruncola

  • Scritto da daddy99 il 15/10/2020 - 13:12
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Era la terza notte che sorvegliavo la villa. Era un lavoro noioso e probabilmente superato date le sofisticate tecnologie di sicurezza di adesso, ma i Ghisleri, proprietari della villa erano di quelli che si definiscono “signori della vecchia borghesia milanese” e non si fidavano delle cosiddette modernità, e così per tutto il mese di agosto mi avevano affidato il compito di badare l’abitazione.

Poi, una notte, un’ombra improvvisa era passata davanti alla finestra che dava sul giardino. Ero leggermente assonnato e pensai che gli occhi mi avessero giocato uno scherzo. Nessun intruso avrebbe potuto entrare in quella casa senza disinnescare l’allarme.

Forse sarà stato un gatto, pensai, e quasi di malavoglia mi alzai per un controllo . Feci un giro completo del giardino che circondava l’abitazione, ma, a parte qualche uccello annidato nei cespugli non vidi nulla. Salii allora al primo piano, dove c’erano le camere, ma tutto sembrava tranquillo. Feci per tornarmene alla mia solita scomoda sedia quando mi accorsi che la porta di una delle camere era socchiusa. Sganciai il bottone della fondina dove tenevo la pistola, e mi accostai alla porta per sbirciare dalla fessura. Nella penombra davanti al comò, appariva la silhouette nera di una figura minuta che stava frugando nei cassetti. Strinsi gli occhi per vedere meglio. Notai che il ladro indossava una tuta nera aderentissima, che copriva tutto il corpo compresa la testa. Nei suoi movimenti, c’era un nonché di leggerezza, di eleganza felina . Ad un tratto si girò e si diresse verso l’armadio e allora lo vidi meglio: la curva abbondante del seno e l’innegabile rotondità del sedere. Non c’era dubbio, il ladro era una donna!.

Lasciai per un po’ che la ladruncola continuasse nel suo intento, adesso che sapevo che era una donna mi sentivo più tranquillo. Lei dopo aver rovistato il comò continuò con l’armadio. Di certo ci sapeva fare, perché ogni cassetto o scatola che apriva trovava qualcosa, come se sapesse dove e cosa cercare. In pochi minuti aveva già riempito il sacchetto che aveva con se. A quel punto decisi di intervenire. Impugnando la pistola spalancai la porta ed entrai.

Quando mi vide cacciò un urlo e alzò le mani. Era impaurita. Tenendola sotto mira con la pistola accesi la luce e mi avvicinai, era davvero piccola, non mi arrivava alle spalle.

“Come hai fatto a disinnescare l’allarme? Conoscevi la combinazione?”

Non rispose, si limitava a fissare il pavimento. Mi accorsi che la bocca gli tremava. Di colpo gli levai la la maschera permettendo a una lunga cascata di capelli color miele di cadere liberi.

La fissai con stupore, era molto giovane ed anche molto bella.

"Quanti anni hai, ragazzina?"

“Ventuno” disse togliendosi un ciuffo di capelli e scoprendo un paio di brufolini sulla fronte.

“Non ci credo, dimmi la verità o ti faccio arrestare subito.”

"Per favore, non denunciarmi!"

“Dimmi la verità allora..."

Cincischiò un po’ con le parole poi, alla fine mi guardò negli occhi e con un filo di voce disse: "Diciannove".

Non ero sicuro di crederle del tutto. "Sei una ragazzina, perché rubi?"

"Ti prego, lasciami andare e giuro che non lo farò mai più!"

" Se ti lascio andare, domani notte sarai a casa di qualcun altro."

Non rispose, ma se ne stette cupa a riflettere, come se cercasse una via di fuga. Poi, improvvisamente si lasciò cadere in ginocchio a mezzo metro davanti a me , in una posizione implorante e ambigua.

“Ti prego, faccio quello che vuoi ma lasciami andare.” disse piagnucolando con il viso all’altezza del mio inguine.

Non lo so se intendesse davvero fare quello, ma la posizione e il tono, sembravano piuttosto inequivocabili.

Le detti uno schiaffo forte sul viso facendola sedere sui talloni.

“Oltre che ladra sei anche una sgualdrinella. E pensare che avevo quasi intenzione di lasciarti andare, ma adesso credo proprio che telefonerò alla polizia."

"No! Per favore, non farlo! Per favore, signore, mi dispiace, mi dispiace davvero tanto!"

E fece per prendermi una mano per baciarmela.

Mi ritrassi e le detti uno schiaffetto leggero, come si potrebbe dare a una ragazzina che fa una marachella :"Fossi mia figlia mi leverei la cinghia e te ne darei tante che non ti siederesti per una settimana "

Lei si alzò e si sedette sul letto annuendo. "Sì signore, hai ragione, mi dispiace tanto."

"I tuoi genitori ti hanno mai picchiato?"

“I miei genitori sono morti, vivo con mia zia.”

"E lei non ti ha insegnato che non si ruba?"

"No signore. È anziana. e debole. Mi prendo cura di me stessa."

“Intendi questo per prenderti cura di te stessa?” e indicai il sacchetto con la refurtiva che aveva lasciato sul tappeto.

"Per favore, mi lasci andare. Mia zia morirà di vergogna se vengo arrestata."

"Vedrò cosa fare, certo tu avresti bisogno di una bella raddrizzata."

Le mie parole riaccesero nella piccola ladra, la speranza di potersela cavare a buon mercato. "Sì! Sì, per favore, non devi chiamare la polizia. Giuro che è l’ultima volta, non ruberò mai più."

Ero perplesso, la ragazza mi faceva tenerezza ma allo stesso tempo mi intrigava. Lo ammetto, la sua bellezza e la sfacciata disponibilità mostrata prima mi avevano turbato.

“Ti lascio due possibilità” le dissi, ” la prima è una bella sculacciata e te ne vai a casa; la seconda è telefonare alla polizia e lasciare che ti mettano in riga loro”

I suoi occhi si spalancarono, erano color polpa di kiwi. “ Signore per favore...”

"Decidi tu” dissi e visto che mi sembrava incerta presi il telefonino e finsi di comporre alcuni numeri.

Come un lampo, mi fermò la mano. "Va bene, non chiamare la polizia!" disse mordendosi un labbro.

Rimisi in tasca il telefono e mi sedetti sul letto.

“Mettiti qui” le dissi indicando il mio grembo, ma visto che non si muoveva l’afferrai per il polso e la tirai sulle mie ginocchia.

Volevo sculacciarla sul sedere nudo e feci per abbassarle dietro la tutina ma mi accorsi che era un pezzo intero e per farlo avrei dovuto denudarla completamente.

Non volevo arrivare a quello e allora, facendo forza con le due mani, provocai uno strappo sul didietro. Le sue natiche libere dalla costrizione della tutina in lycra emersero nude ancor più rotonde e sporgenti di quanto in realtà fossero. Erano un bersaglio eccitante ed irresistibile. Cominciai a sculacciarla con forza. La stanza risuonava dei rumori sordi dei miei colpi.

Per i primi colpi lei resistette in un dignitoso silenzio, poi tentò di divincolarsi e scappare. Io mi limitai a piazzare una gamba tra le sue cosce per immobilizzarla. Ripresi a sculacciarla almeno per dieci minuti finché il lieve rossore del suo culo si trasformò in rosso fuoco. In tutto questo tempo pianse, implorò, chiese scusa, mentre il suo sedere, sotto quell’inferno ondeggiava in un apri e chiudi imbarazzante, rivelando tutto quello che una ragazza perbene non mostrerebbe mai.

Alla fine la strattonai in piedi e la mandai all’angolo della stanza.

“Non sfregarti il sedere, mani sulla testa e non muoverti.”

La guardai che ubbidiva, singhiozzando e tirando su col naso. Era un’immagine eccitante eppure era solo una ragazzina piangente e arrossata, rossa in volto e rossa sul posteriore.

La obbligai a rimanere lì, a sedere nudo per una mezz’ora mentre io sistemavo le cose che aveva messo nel sacchetto. Poi le dissi che bastava così.

“Hai imparato la lezione?”

“Sì”

“Lo farai ancora?”

“No”

Adesso puoi andare

Lei fece per raccogliere qualcosa che le potesse nascondere il posteriore nudo ma glielo impedii.

“No, non tocchi nulla, te ne vai così come sei arrivata.”

Non disse nulla, raccolse tutta la dignità che le era rimasta e se andò. La osservai per l’ultima volta mentre usciva dal cancello della villa con la sua tutina nera e il sedere rosso che faceva capolino.


Quindici giorni dopo i proprietari rientrarono dalla vacanza. Non dissi nulla della storia della ladruncola; il signor Ghisleri m’invitò nel suo ufficio per liquidare l’onorario che mi spettava. Era la prima volta che entravo in quella stanza. Mentre mi compilava l’assegno mi guardai attorno, dovunque c’erano una quantità di belle foto di famiglia. In una , assieme ai Ghisleri c’era una ragazza bionda e inconfondibilmente bella. Rimasi a fissarla esterrefatto.

“E’ mia nipote” disse il Ghisleri notando il mio interessamento, “Vive a Torino ma spesso viene qui da noi. Sa, è una brava ragazza, molto educata e studiosa.”

Annuii, mentre il mio pensiero tornava al ricordo di quella tutina col sedere rosso che ondeggiava. Sentii una vibrazione nel basso ventre e un senso di leggerezza nei pensieri. Intascai l’assegno e me ne andai.


 


 

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