La Milano notturna mi avvolge come un fiume d'inchiostro, mentre vagabondo in macchina con i miei demoni personali come unici compagni di viaggio.
La notte è il mio elemento. Guidare nelle ore piccole ha un effetto catartico sulla mia mente irrequieta. La città si trasforma dopo il tramonto - più sincera, più cruda, come se si strappasse di dosso la maschera che indossa durante il giorno. Procedo lentamente, lasciando che il caso tracci il mio percorso. L'orologio sul cruscotto segna le due. Una vocina razionale mi sussurra che domani c'è il lavoro, che dovrei tornare a casa, ma la ignoro. Mi perdo tra le strade finché una svolta a destra non mi catapulta nel ventre pulsante della notte.
Mi ritrovo nel flusso rallentato del traffico notturno, in uno dei viali dove il desiderio ha un prezzo. I ricordi dei "puttan tour" di vent'anni fa affiorano involontari mentre mi accodo alla processione di auto. Qui regnano i viados - corpi sospesi tra i generi, forse per scelta, più probabilmente per necessità. Uno spalanca l'impermeabile con un gesto teatrale, esibendo l'incongruenza tra il corpo femminile e il membro virile. Un cocktail di invidia, timore e turbamento mi spinge sull'acceleratore. La cantilena sudamericana "Venti di bocca, trenta l'amore" mi accompagna lungo il viale come una nenia ipnotica.
Il desiderio si risveglia, subdolo e insistente. L'idea di fermarmi, di concedermi un momento di piacere mercenario, inizia a radicarsi. Ma nessuno di loro riesce a ingannarmi - il trucco pesante non basta a mascherare la loro mascolinità. Svolto ancora, fingendo di dirigermi verso casa, ma continuo a passare da un viale all'altro. La speranza si ostina a non morire, come una fiamma testarda che si rifiuta di spegnersi, mentre il cazzo nei pantaloni pulsa con un'urgenza che non posso più ignorare.
Sono in coda, ipnotizzato dal rituale notturno della Milano che non dorme mai, quando una voce emerge dall'oscurità come una promessa. "Mi accompagneresti a casa?" È apparsa dal nulla, appoggiata alla mia portiera con la disinvoltura di una predatrice. Il cappotto - un capo costoso, noto distrattamente - è aperto quanto basta per rivelare un corpo che sembra disegnato per il peccato, avvolto in un abito che più che vestire, provoca. La guardo stordito, mentre la mia mente vacilla tra desiderio e sospetto.
"Mi dai un passaggio a casa?" ripete, e la sua voce ha una qualità particolare - troppo raffinata per questi viali di caccia notturna. Le chiedo la destinazione, sforzandomi di mantenere un tono neutro mentre il mio corpo già risponde alla sua presenza. "Zona vecchia fiera", dice, e qualcosa nel modo in cui pronuncia quelle parole suona come un invito a un gioco pericoloso. Conosco bene quella zona - non è il solito territorio di caccia delle professioniste, ed è questo dettaglio che accende ancora di più la mia curiosità.
Sale con la precisione studiata di una ballerina, movimenti che sembrano troppo misurati per una donna di strada. Mi sorride, passandosi una mano tra i capelli in un gesto che ha la naturalezza di una recita ben provata. "Non vorrei ti fermasse la polizia per colpa mia", dice, e nel suo sorriso si nasconde un segreto che non riesco a decifrare - un mix di provocazione e divertimento. "Mi chiamo Paola, e tu?"
Non riesco a staccarle gli occhi di dosso. È bella in modo inquietante - non la bellezza artefatta tipica di questi viali, ma qualcosa di più autentico e proprio per questo più destabilizzante. "Dago", rispondo, e la mia voce tradisce un'eccitazione che va oltre il mero desiderio carnale. Il suo profumo invade l'abitacolo - Chanel, forse, decisamente non il solito odore pesante da marciapiede. È un profumo che parla di uffici nel quadrilatero della moda, aperitivi in Brera, non di contrattazioni notturne.
Mi muovo attraverso le strade di una Milano che conosco ma che stasera sembra diversa, come se la presenza di questa donna avesse alterato le coordinate della mia realtà. Il silenzio nell'auto si addensa, elettrico. Vorrei parlarle ma ogni parola mi sembra inadeguata. "Conosci la strada?" rompe lei il silenzio. "Sì, sì, tranquilla", rispondo, e finalmente trovo il coraggio di esplorare. "Da dove sei sbucata? Non ti ho vista sul marciapiede."
"Stavo facendo un pompino a un cliente dietro i cespugli…" La risposta arriva con una naturalezza sconcertante, e nella mia mente si forma un'immagine così vivida da farmi stringere il volante: lei, inginocchiata nell'ombra, il cappotto di lusso aperto che rivela le tette generose quasi fuoriuscite dal vestito, mentre la sua bocca perfetta lavora l'uccello di qualche vecchio manager in cerca di emozioni proibite. Il mio cazzo pulsa violentemente nei pantaloni, tradendo un'eccitazione che va oltre il controllo razionale. L'idea di quella bocca sofisticata che si sporca nel buio mi fa impazzire.
Ma c'è qualcosa nel suo tono - un'ironia sottile, quasi impercettibile - che stona con le parole crude. La sua voce è quella di una donna abituata a muoversi in ambienti ben diversi da questi viali notturni. "Di dove sei?" tento di mantenere una parvenza di conversazione normale. "Un paesino vicino a Padova," risponde, e nel suo accento c'è davvero qualcosa del Nord-Est, ma filtrato attraverso anni di educazione raffinata.
Mi guida con precise indicazioni: da piazzale Lotto mi fa girare attorno al vecchio lido, costeggiare il lato della piscina in via Diomede per poi farmi voltare in una di quelle viuzze piene di villette e zone d'ombra. Mi indica un parcheggio, lontano dalle luci dei lampioni. Il posto perfetto per chi non vuole essere visto, penso, e questa consapevolezza mi eccita ancora di più. La sua mano è ancora sulla mia nuca, le dita giocano con i miei capelli in una carezza che è più comando che conforto.
Spegne lei il motore, con un gesto che rivendica il controllo della situazione. Il click della chiave è come un segnale - il confine tra il prima e il dopo. Reclina il mio sedile con un movimento sicuro, preciso. Non c'è esitazione nei suoi gesti mentre mi slaccia la camicia - le sue dita sembrano conoscere ogni bottone prima ancora di trovarlo.
"Quanto…" inizio a chiedere, ma lei mi zittisce premendo un dito sulle mie labbra. "Shh… lasciami fare." La sua voce ha una nota di comando che non ammette repliche, troppo autorevole per una puttana da strada. Il mio cazzo pulsa nei pantaloni, rispondendo a quell'autorità con un'urgenza animale. Le sue dita esperte slacciano la camicia rapidamente. Mi bacia il petto, e mentre la sua lingua traccia percorsi incandescenti sulla mia pelle, le sue mani hanno già aperto i pantaloni, abbassato i boxer, impugnato il mio sesso. Il mio cazzo risponde come un animale addestrato al suo tocco - duro, voglioso, pronto a tutto. Chiudo gli occhi, ringraziando silenziosamente qualunque dio delle notti milanesi mi abbia mandato questo regalo inaspettato.
Sento il mio cazzo scomparire nella sua bocca calda, e cazzo, non è il pompino meccanico di una professionista - c'è qualcosa di diverso, di più personale nel modo in cui la sua lingua mi accarezza, mi esplora, mi possiede. La mia mente registra per primo l'assenza del preservativo. Poi come lo succhia, lo gusta, lo lecca, senza trascurare un millimetro di pelle, senza quella fretta di farlo sborrare tipica di chi vuole solo finire e andare a casa.
Mi prende una mano e la guida tra le sue cosce. "Questo solo per tranquillizzarti che sono donna." Mi porta dentro le sue mutandine di pizzo - un altro dettaglio troppo raffinato per una puttana da strada - e quello che trovo mi fa girare la testa: è fradicia, ma non del lubrificante economico che usano le professioniste. È bagnata di un desiderio autentico, primordiale.
Mentre continua a spompinarmi con un'intensità crescente, usa la mia mano per masturbarsi. Non devo fare nulla - è lei che controlla ogni movimento, che usa le mie dita come uno strumento per il suo piacere. Il pensiero che questa donna elegante stia usando il mio corpo per masturbarsi mentre mi succhia il cazzo mi porta pericolosamente vicino all'orgasmo.
Si stacca un momento, e con un movimento studiato abbassa la scollatura e il reggiseno, liberando le sue tette generose. Sono perfette - troppo perfette per essere vere, penso, ma quando le tocco scopro che sono naturali, calde, vive. Prende il mio cazzo e lo stringe tra i seni, creando un tunnel di carne calda e setosa. "Ti piace scoparmi le tette?" sussurra, e c'è qualcosa nella sua voce - un misto di innocenza e depravazione che mi fa impazzire.
Mentre lo stringe tra le tette, il mio cazzo pulsa come se avesse vita propria. La guardo dall'alto - i suoi seni sono una visione che mi toglie il fiato: generosi ma sodi, con areole grandi e scure che sembrano disegnate per il peccato, i capezzoli duri che tradiscono la sua eccitazione. Sono tette da dea antica, da madonna rinascimentale, troppo perfette per una puttana da strada. Quando si muove, oscillano con un ritmo ipnotico, naturale, rivelando la loro autenticità in ogni movimento. La pelle è liscia, immacolata, e il modo in cui stringe il mio cazzo in quel canale di carne calda mi fa venire voglia di possederla, di segnarla, di sporcare quella perfezione.
Il contrasto tra la sua eleganza innata e questa porcheria che sta facendo in una macchina parcheggiata nel buio mi fa impazzire. Ogni volta che la cappella emerge da quel tunnel di carne perfetta, le sue labbra socchiuse la accolgono con un bacio quasi reverenziale, come se stesse officiando un rito profano.
"Guardami," ordina improvvisamente, e nei suoi occhi verdi c'è una luce che non riesco a decifrare - un misto di lussuria e… divertimento? "Guardami mentre mi faccio scopare le tette dal tuo cazzo." Il linguaggio volgare nella sua bocca educata mi fa tremare di eccitazione. Non è il solito dirty talk da puttana - c'è qualcosa di più personale, come se stesse scoprendo il piacere di essere sporca proprio in questo momento, come se ogni parola volgare che pronuncia fosse una piccola trasgressione personale.
Le sue tette sono scivolose della mia sborra pre-orgasmo, e questo pensiero mi fa impazzire ancora di più. Lei se ne accorge, accelera il movimento, stringe di più quelle opere d'arte naturali intorno al mio cazzo pulsante. "Non resisti più, vero?" sussurra, e la sua voce è miele e veleno insieme. "Vuoi sborrare sulle tette di una puttana incontrata per strada?"
Nel modo in cui pronuncia "puttana" c'è qualcosa di strano, come se stesse recitando un ruolo che la eccita quanto eccita me. È come se ogni volta che usa quella parola, un brivido le attraversasse il corpo, facendole stringere istintivamente i seni intorno al mio cazzo con più forza. Ma non ho il tempo di analizzare questo pensiero, perché la sua lingua inizia a leccare la cappella ogni volta che emerge, e il piacere diventa insostenibile.
Il piacere mi attraversa come una scarica elettrica quando la sua lingua tocca la cappella. Le mie dita, ancora tra le sue cosce, sentono il suo sesso pulsare ad ogni movimento. "Così ti piace, eh?" sussurra, la voce spezzata dall'eccitazione mentre cavalca la mia mano. Si solleva leggermente, offrendo al mio cazzo quel tunnel di carne calda e setosa. "Dimmi quanto ti piace scoparmi le tette… dimmelo."
Non riesco a parlare. Ogni neurone del mio cervello è diviso tra la sensazione dei suoi seni che stringono il mio cazzo e il modo in cui la sua figa si stringe intorno alle mie dita. Affondo più a fondo, cercando quel punto che la fa tremare, e quando lo trovo, il suo gemito è una conferma che mi fa impazzire. Lei aumenta la pressione delle tette. "Dimmelo", insiste, ma la sua voce di comando vacilla quando le mie dita accelerano il ritmo.
"Mi fai impazzire", sussurro, la voce roca di desiderio. "Le tue tette… cazzo, sono perfette." Lei sorride, soddisfatta, e premia la mia obbedienza aumentando il ritmo. I suoi seni si muovono su e giù sul mio cazzo con un'urgenza crescente, mentre la sua figa cola sulla mia mano, tradendo un'eccitazione che nessuna professionista potrebbe fingere.
"Vuoi venire?" mi chiede, ma la domanda si trasforma in un gemito quando il mio pollice trova il suo clitoride. Il suo corpo tradisce il controllo che la sua voce cerca di mantenere. "Vuoi sporcare queste tette perfette con la tua sborra?" Le parole volgari nella sua bocca educata mi portano vicino all'orgasmo, mentre le mie dita sentono il suo sesso contrarsi sempre più forte.
Lei rallenta improvvisamente, ma il suo controllo vacilla quando infilo un dito più in profondità. "Non così in fretta", sussurra, ma il suo respiro è affannoso. La sua mano scivola tra le natiche, seguendo il mio esempio, e inizia a giocare con il suo buchino mentre cavalca le mie dita con movimenti sempre più urgenti.
Mi sta torturando, alternando momenti di piacere intenso a pause che mi fanno impazzire, ma anche lei sta perdendo il controllo. Le sue tette stringono il mio cazzo come una morsa di seta calda, la sua lingua gioca con la cappella, mentre la sua figa stringe le mie dita come se volesse risucchiarle dentro. Il suo buchino si apre sotto le sue stesse dita, in un abbandono totale che tradisce quanto sia persa nel piacere.
"Guardami", ordina di nuovo, ma questa volta è quasi una supplica. Nei suoi occhi c'è una luce selvaggia, primordiale. "Guardami mentre mi fai venire… mentre ti faccio venire." Il suo comando è spezzato dai gemiti mentre cavalca le mie dita con urgenza crescente. I suoi seni stringono il mio cazzo con più forza, la sua lingua diventa più insistente. "Vieni", ansima, "vieni per me… sporcami tutta… fammi venire…"
Non è più un gioco - i nostri piaceri si alimentano a vicenda in un crescendo inarrestabile. Le sue guance sono arrossate, il respiro spezzato, i capezzoli duri come pietre. Abbandono l'esplorazione confusa tra i suoi buchi e mi concentro sul suo clitoride, massaggiandolo con movimenti circolari sempre più insistenti. Il suo corpo risponde immediatamente - la sento inarcarsi, spingere il bacino contro la mia mano, chiedendo di più. Le sue dita hanno lasciato il culo e ora stringono con forza il sedile, le nocche bianche per lo sforzo mentre cerca di non perdere il ritmo sul mio cazzo.
"Così… cazzo, così…", ansima, e la sua voce elegante che si spezza in una supplica volgare mi fa impazzire. Il suo clitoride è duro, gonfio, affamato sotto le mie dita che non gli danno tregua. La sento tremare, il suo sesso che pulsa e si contrae mentre l'orgasmo la travolge - un orgasmo autentico, selvaggio, che spazza via ogni finzione, ogni gioco di ruolo. Sta venendo, il corpo scosso da tremiti incontrollabili, ed è la vista del suo piacere genuino, primordiale, a spingermi oltre il limite.
Non resisto più. Il primo schizzo esplode potente, dipingendo una striscia bianca tra i suoi seni perfetti. Lei geme alla vista della mia sborra che marca il suo corpo, e con un movimento rapido ingloba il mio cazzo nella sua bocca, affamata, avida di ogni goccia. La sento gemere e succhiare mentre continuo a venire, il suo orgasmo che la fa tremare mentre cavalca la mia mano con movimenti sempre più scomposti.
Lo sento, appena accennato, un piccolo fiotto dal sapore forte, particolare, unico - il sapore proibito del suo piacere più profondo. Mi alzo, il cazzo duro che pulsa dolorosamente per l'eccitazione contenuta. Mi muovo lungo il tavolo come un predatore che studia la sua preda sfinita.
Paola socchiude gli occhi, ancora persa nelle onde post-orgasmiche. La prima cosa che vede è il mio cazzo, paonazzo e gonfio di desiderio represso. Come una creatura assetata, muove istintivamente la testa verso di esso, cercandolo con la bocca. Non mi ritraggo - al contrario, le afferro i capelli con la mano sinistra, stringendo quelle onde castane fino a farla gemere. La mia destra trova la strada tra le sue cosce, medio e anulare che scivolano senza resistenza in quella figa ormai trasformata in un lago di piacere.
Inizia a succhiarmi con un'avidità quasi disperata, come se il mio cazzo fosse l'unica cosa in grado di darle ancora piacere. Ma quando la mia mano inizia a muoversi su e giù, shakerandole la figa con movimenti rapidi e precisi, il suo corpo risponde in modo inaspettato. La sento tremare, cercare di allontanarsi - non per disgusto, ma per la paura di questa sensazione nuova e travolgente che le sta montando nel ventre.
Vorrebbe dirmi di fermarmi, lo leggo nei suoi occhi spalancati, ma la tengo ferma con la presa sui capelli, il mio cazzo che le riempie la bocca le impedisce di parlare. Non le do tregua, intensificando i movimenti finché non esplode - un getto potente di liquido chiaro schizza dalla sua figa, inondando il pavimento della cucina. L'aria si riempie dell'odore intenso del suo orgasmo, un profumo primordiale che parla di abbandono totale.
Non mi fermo. La faccio squirtare di nuovo, godendo della sua espressione confusa e sorpresa, del modo in cui il suo corpo risponde contro la sua volontà, del potere che ho su di lei. Solo quando la vedo quasi singhiozzare per l'intensità delle sensazioni la lascio andare, osservandola mentre giace sul tavolo, tremante e vulnerabile.
Ma non è finita. Il suo abbandono totale, la sua vulnerabilità post-orgasmica mi eccitano oltre ogni limite. La voglio ancora, la voglio tutta. L'adrenalina prende il controllo del mio corpo e della mia mente, cancellando ogni traccia di gentilezza. La tiro giù dal tavolo con un movimento brusco, la metto carponi sul pavimento freddo della cucina. Non è più il momento delle dolcezze - è la mia puttana e la userò come merita, come desidera.
Lei abbassa la testa, offrendo il suo sedere morbido e sodo, desiderabile oltre ogni pudore. Bagno il mio cazzo nella sua figa, godendo di quanto sia bagnata, di come il suo corpo tradisca il desiderio di essere usata. Affondo ed esco, poi di nuovo dentro ma subito fuori. I gemiti di Paola sono la colonna sonora del nostro sesso. Quando premo la cappella contro il suo buco del culo, lei trattiene il respiro, ma non si sottrae. Affondo con forza, strappandole un grido che è dolore e piacere insieme. Mentre spingo, cercando di affondare tutta la mia carne dentro quel buco stretto, la mia mano si abbatte sulle sue natiche, lasciando impronte rosse sulla pelle chiara.
"Ti piace fare la mia puttana, eh?" ringhio, affondando ancora più a fondo. "Ti piace essere scopata come una troia?" La sua risposta è un gemito animalesco mentre spinge il culo contro di me, chiedendo di più. Più sento che le piace, più divento brutale, e più il mio piacere aumenta - un piacere primordiale che cancella ogni traccia della nostra raffinatezza.
I nostri corpi si muovono in perfetta sincronia, guidati da un istinto bestiale. Le sue urla riempiono la cucina - non più la donna elegante di prima, ma una creatura di puro piacere che implora di essere usata. Esco, e resto a guardarla per qualche istante. Il culo aperto, spalancato, la figa che gocciola per terra. "Sborrami nel culo, riempimi" ringhia, un compromesso tra ordine e supplica. Rientro con un colpo secco nel suo culo, scopandola con tutte le forze che mi restano. Violentemente fino a farle tremare le chiappe. Quando vengo, riempiendole il culo di sborra calda, sento il suo piacere colare sulle mie palle, la sua figa che pulsa in un orgasmo che sembra non finire mai. Mormora cose incomprensibili continuando a spingersi contro il mio cazzo.
Il mio sesso è ancora duro - la vista del suo corpo usato, del mio sperma che cola dal suo culo dilatato, mi mantiene in uno stato di eccitazione primordiale. Ho ancora voglia, voglia di un altro suo orgasmo. Affondo nella sua figa, un suono di liquidi che schizzano fuori accompagna il gesto. Mi aggrappo alle sue tette, dure come mai, i capezzoli turgidi che implorano attenzioni, e anche se non sono più completamente duro, la scopo con una furia rinnovata.
I suoi gemiti si fanno più acuti, più disperati. La sua figa è un forno bagnato che mi succhia dentro, che non vuole lasciarmi andare. Sento gli addominali bruciare per lo sforzo, ma non riesco a fermarmi - il suo piacere è come una droga. La sento venire ancora, e ancora, e ancora, il suo corpo che si contorce sotto di me.
Finalmente mi arrendo, lasciandomi cadere sulla sedia, sfinito. Lei, dopo un po', si muove come una gatta soddisfatta, accoccolandosi tra le mie gambe. La sua lingua trova le mie palle, risale lungo l'asta, lecca via ogni traccia dei nostri umori mescolati. Vorrei dirle di fermarsi - sono ipersensibile, quasi mi fa male. Ma la sua lingua è irresistibile, e quando prende il mio cazzo in bocca, succhiandolo e leccandolo contemporaneamente, mi sento di nuovo indurire.
L'orologio sulla parete segna le sette. La realtà del mondo esterno inizia a infiltrarsi nella nostra bolla di trasgressione. Mi alzo dal divano, cercando i vestiti sparsi per la cucina. "Devo andare al lavoro," dico, mentre mi infilo i boxer e i pantaloni. "Il dovere chiama." Il mio corpo protesta ad ogni centimetro di pelle che copro, come se volesse rimanere immerso in questa notte senza fine.
Paola si muove per la cucina raccogliendo i suoi indumenti con quella grazia studiata che mi ha fatto impazzire ore fa. Si infila la camicia di seta senza chiuderla, un invito silenzioso a restare che rende ancora più difficile andarsene. Mi accompagna alla porta, il tessuto che ondeggia ad ogni passo rivelando frammenti del suo corpo che ora conosco così intimamente.
"È stato…" esita, cercando le parole giuste mentre si appoggia allo stipite della porta, "…un incontro interessante." Il suo sorriso ha qualcosa di felino, di promettente, e il modo in cui la camicia si apre leggermente mi fa pensare che forse non è l'ultima volta che ci perderemo nella notte milanese.
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