L’Attico del Desiderio - Capitolo 1 – Desiderio Trasparente

  • Scritto da DagoHeron il 17/03/2025 - 12:03
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Come è strana a volte la vita. Cerchi di incontrare qualcuno in tutte le maniere, e magari non ci riesci. Poi nel modo e nel posto che meno ti aspetti te la trovi davanti. Anche se magari non proprio come desideravi.

Dago aveva notato quella donna passare una mattina davanti alla vetrina dell’agenzia immobiliare. Era uno di quei giorni in cui la monotonia dell’ufficio gli pesava particolarmente, quando vendere case gli sembrava solo un modo per rimandare i suoi sogni. Si era soffermata a leggere dei cartelli, cosa che gli aveva permesso di studiarla con maggiore attenzione. Nonostante indossasse un paio di occhiali da sole, ne era rimasto affascinato. Il modo di vestire, un tailleur nero che seguiva con eleganza le curve generose del suo corpo, e le sue movenze avevano subito acceso tutte le sue curiosità di uomo. C’era qualcosa nel suo portamento – una miscela di eleganza naturale e vulnerabilità celata – che catturava lo sguardo. Anche i colleghi si erano accorti della signora e del suo modo di guardarla, e ne era nata la classica goliardia maschile, con sequela di apprezzamenti, non certo tra i più fini e originali.

Dago notò che nei giorni successivi la signora continuava a passare da quelle parti, sempre con lo stesso passo misurato, sempre con quell’aria vagamente malinconica che lo intrigava. Raccolto il coraggio e indossata la sua faccia tosta, un giorno scappò fuori dall’ufficio per seguirla. Il cuore gli batteva più forte mentre manteneva una distanza discreta, osservando come i suoi capelli castani mossi ondeggiavano ad ogni passo. Dopo pochi metri scoprì con piacere che entrava nel suo bar preferito dove conosceva i barman. La signora si accomodò ad un tavolino ordinando un caffè macchiato e una brioche.

Dago ne approfittò per avvicinarsi a Gianluca, il barman, iniziando la sua indagine con quella naturalezza che gli veniva dalla sua capacità innata di valutare le situazioni. Dopo la classica presa in giro, Gianluca, come al solito, si sbottonò.

La signora era nella zona da non tanto tempo, non si sapeva molto di lei, solo che era sposata, anche se si vedeva in giro sempre da sola, e con un’aria sempre un po’ triste. Si diceva che il marito fosse un dirigente molto impegnato e che la trascurava molto. Veniva quasi tutte le mattine a fare colazione verso le 10 del mattino, e poi girovagava per quasi tutta la giornata. A volte la si poteva trovare anche all’ora di pranzo. Rigorosamente una insalata.

Dago raccolse tutte le sue informazioni e lentamente sorseggiò il suo caffè, cercando di non fissarla troppo. Non ci teneva a fare la figura dell’idiota. Ma c’era qualcosa in lei che andava oltre la semplice bellezza – forse quella velata malinconia che traspariva dai suoi gesti misurati, o forse il modo in cui sembrava persa nei suoi pensieri mentre giocherellava con il cucchiaino. Cercando di darsi un tono indifferente si avvicinò alla gazzetta dello sport, commentandola con Gianluca per avere la scusa di potersi girare e poter dare delle sfuggevoli occhiate alla signora, e si accorse che anche lei iniziava a guardarlo di nascosto, quasi come in un gioco di specchi.

Improvvisamente la signora si alzò, il movimento accompagnato da un intenso profumo che raggiunse le narici di Dago, pagò il dovuto alla cassa e scomparve fuori dal bar. Dago rimase impietrito davanti alla sua gazzetta, il cuore che batteva un po’ più veloce del solito. Lentamente si girò, guardando il suo sogno uscire dalla porta, e tristemente si avviò a pagare e a tornare in ufficio, la mente già persa in pensieri su quando l’avrebbe rivista.

Nei giorni seguenti cercò di andare al bar in coincidenza con gli orari della signora, studiando con attenzione ogni suo movimento, ogni sua abitudine. La osservava mentre si sedeva sempre allo stesso tavolino, come tracciasse un territorio tutto suo in quel piccolo spazio. La sua presenza era diventata un appuntamento silenzioso, fatto di sguardi rubati e piccoli gesti che parlavano più delle parole.

A volte la vedeva mentre si sistemava una ciocca di capelli dietro l’orecchio, un gesto inconsapevolmente sensuale che faceva cambiare il battito del suo cuore. Altre volte la coglieva mentre si perdeva nei suoi pensieri, gli occhi verdi fissi nel vuoto, come se cercasse qualcosa oltre le pareti del bar. Ma non trovava mai lo spunto buono per parlarle, frenato non tanto dalla timidezza quanto dal timore di rompere quell’incantesimo fatto di attese e possibilità.

Oramai erano diversi giorni che non la incontrava, ma continuava a pensare a lei, non riusciva a togliersela dalla testa. Quel mezzogiorno si sentiva veramente giù di corda, forse era anche colpa dei problemi che c’erano in ufficio – un paio di vendite sfumate all’ultimo momento che gli pesavano come macigni sulla scrivania. Quindi decise di staccare un po’ andando a mangiare qualcosa.

Entrò e si diresse al bancone per scegliere qualcosa da mangiare. La fame era un concetto vago, sostituito da una diversa forma di appetito che nemmeno lui riusciva a definire completamente. Decise di optare per l’insalata, visto che era anche l’ultima. Fu in quel momento che la sentì – prima ancora di vederla – una voce calda che gli scivolò sulla pelle come seta bagnata: “Gianluca, riesce a prepararne una anche per me?”

“Mi spiace signora, ma non ho più insalata.”

Dago si girò e il tempo sembrò fermarsi. Era lei. A questa distanza poteva sentire il suo profumo, una fragranza che parlava di pelle calda e segreti sussurrati. Il suo corpo reagì istintivamente a quella vicinanza, un desiderio primordiale che dovette domare con tutta la sua forza di volontà. “Signora, le posso cedere volentieri la mia, ma ad una condizione…” Le parole gli uscirono più roche di quanto avesse voluto, tradendo la sua eccitazione, “che si sieda a mangiare con me!”

Lei lo fissò per un lungo istante, i suoi occhi che lo studiavano come se stesse valutando non solo l’offerta, ma ogni centimetro del suo essere. Quel momento di silenzio era carico di elettricità, di possibilità. Dago aggiunse, la voce ora più controllata: “Odio mangiare da solo.”

La vide togliersi gli occhiali da sole con un gesto lento, quasi teatrale, rivelando due occhi verdi che lo trafissero con un’intensità che gli tolse il respiro. “Sinceramente odio anche io mangiare da sola, e siccome ultimamente non faccio altro, accetto.” Le sue labbra si curvarono in un sorriso che prometteva molto più di un semplice pranzo condiviso.

Gianluca volò a preparare un tavolino molto appartato. Avere dei buoni rapporti con i barman è sempre utile, e lui lo sapeva bene – soprattutto quando ti servono complici silenziosi per i giochi del desiderio.

La osservò mentre andava ad appendere il lungo cappotto che la copriva, un atto di spogliarsi che aveva qualcosa di rituale nella sua lentezza studiata. Il tajeur che indossava era una seconda pelle che accarezzava ogni curva con precisione spietata, rivelando un corpo fatto per il peccato. La gonna sopra il ginocchio era un invito a perdersi nell’immaginazione, e le scarpe con il tacco slanciavano le sue gambe in una promessa di paradiso proibito. Quando si girò, il respiro gli si fermò in gola. La giacca, con la sua scollatura profonda, incorniciava un décolleté che faceva pensare a notti di lussuria sfrenata – tette generose che imploravano di essere liberate da quella prigione di tessuto.

Si sedettero al tavolo completando le ordinazioni. Dago, sentendo il sangue pulsare nelle vene con un ritmo primitivo, offrì una bottiglia di ottimo vino rosso che sapeva nascosta nella cantina di Gianluca. Come un rituale di seduzione, passarono alle presentazioni formali, mentre i loro corpi parlavano già un linguaggio molto più antico delle parole.

Restarono a tavola quasi un’ora durante la quale ebbe la conferma della presenza di un marito un po’ distratto, e intuendo la velata tristezza tipica di una bella donna trascurata e posteggiata in un mondo ovattato dal quale estrarla nelle occasioni di rappresentanza.

Dago cercò di parlare il meno possibile di sé stesso, ma non fu possibile evitare la sua professione. Passò quasi tutto il tempo ad ascoltarla, ipnotizzato dai suoi occhi e dall’apertura della giacca. C’era qualcosa di magnetico nel modo in cui si muoveva – ogni gesto sembrava studiato per torturarlo, dalla maniera in cui portava il bicchiere alle labbra al modo in cui si sistemava una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Il vino rosso aveva colorato leggermente le sue guance, donando al suo viso un’aria di abbandono che la rendeva ancora più desiderabile.

Con rammarico la dovette lasciare, lo cercavano dall’ufficio, come al solito nei momenti meno opportuni, ma certo era nata una simpatia tra i due. Paola gli fece i complimenti come abile ascoltatore.

Sicuramente se ci fosse stata qualche altra occasione di pranzare assieme ne avrebbero approfittato.

I giorni successivi furono molto presi di lavoro, e le case spesso si fanno vedere negli orari di pranzo. Il desiderio insoddisfatto lo tormentava come una febbre sottopelle, trasformando ogni visita immobiliare in un esercizio di autocontrollo. Quando passava dal bar verso le 15, Gianluca lo prendeva in giro raccontandogli che la signora era venuta a pranzo e che, secondo lui, lo cercava. La cosa faceva venire il nervoso a Dago, immaginandola seduta proprio dove l’aveva vista la prima volta, forse con lo stesso sguardo velato di promesse non mantenute.

Tra le tante cose che aveva fatto in quei giorni aveva mostrato a un grosso dirigente un appartamento da favola. Una mansarda ricostruita nuova da un sottotetto, studiata da suoi amici architetti. Era una cosa da urlo, con rifiniture pazzesche e soluzioni molto particolari – un nido d’amore perfetto travestito da investimento immobiliare. L’appartamento su due livelli nascondeva angoli di intimità dietro ogni colonna: il pavimento in parquet trattato bianco che scricchiolava sotto i passi come sussurri notturni, i bagni con vasca o doccia jacuzzi che promettevano momenti di piacere condiviso, la cucina con tutto il piano in marmo che invitava a giochi proibiti, e quell’inserto in vetro nel pavimento del piano superiore per dare maggiore luce a quello sotto – un palcoscenico perfetto per esibizioni private.

Si parlava di oltre 2 milioni di euro, e in quelle occasioni si faceva eccezione a molte delle regole che si erano imposti lui e i suoi soci come orari e disponibilità verso il cliente.

Questo tizio gli era sembrato molto interessato, e addirittura gli aveva fatto una proposta molto strana. Gli aveva chiesto di fare una seconda visita con la moglie, e se a lei fosse piaciuta la casa, sarebbero andati a cena a casa sua e lì avrebbero stilato la proposta di acquisto.

Dago preferiva gestire queste situazioni nel suo ufficio, dove si sentiva più a suo agio, ma il Dott. Padovan lo aveva convinto promettendogli che non avrebbe fatto alcuna discussione sul prezzo, si trattava solo di tradurre nero su bianco la sua intenzione di acquisto al prezzo richiesto dal costruttore. Dago infine accettò, ignorando quella voce interiore che gli suggeriva di mantenere le distanze tra lavoro e piacere.

Ora era lì, nell’attico da 2 milioni di euro, con il Dott. Padovan e sua moglie; il disagio gli mordeva lo stomaco come un animale affamato. La moglie del dottor Padovan — Cristo santo! — non era altro che lei: la donna che per settimane aveva popolato le sue fantasie più perverse, Paola Padovan. Che cazzo di idiota a non fare caso al cognome quando l’aveva conosciuta al bar. Ma aveva sempre separato mentalmente lavoro e vita privata: una regola ferrea che ora gli si rivoltava contro, facendogli pulsare il cazzo nei pantaloni come un secondo cuore impazzito.

Si aggrappava alla sua professionalità con la disperazione di un naufrago alla sua zattera, ma faceva una fatica del diavolo. Lei questa sera sembrava vestita apposta per torturarlo — una gonna così corta che era più un invito al peccato che un indumento, con quegli spacchi sui fianchi che, ad ogni movimento, rivelavano le calze autoreggenti come lampi di lussuria proibita. La camicetta attillata e sottile era una seconda pelle traditrice: non nascondeva nulla dell’esuberanza dei suoi seni né dei suoi capezzoli che premevano contro il tessuto, duri e prominenti come se implorassero di essere succhiati, morsi, torturati.

Lentamente girarono i 150 metri quadri del primo livello; ogni passo era un’agonia di desiderio represso, ogni sguardo una promessa di piaceri proibiti. Giunsero infine nel livello superiore, soffermandosi davanti al pavimento in vetro. A Paola piaceva molto — troppo, forse — e il modo in cui si passava la lingua sulle labbra mentre lo osservava fece impazzire Dago di desiderio. Il suo profumo gli saturava i polmoni: un mix di pelle calda e sesso che gli annebbiava il cervello. Così distratto dalla sua presenza, si era dimenticato di prendere la maniglia per la portafinestra del terrazzo. “Mi scuso,” mormorò con voce roca, scendendo velocemente le scale, il cuore che gli martellava nel petto come un tamburo tribale.

Dal piano sotto, guardò attraverso il pavimento in vetro: Paola era sopra, formalmente intenta a parlare col marito, ma i suoi occhi — verdi, profondi, affamati — erano fissi su di lui. All’improvviso, con la grazia felina di una predatrice, fece un passo avanti posizionandosi proprio sopra il vetro. Le sue gambe si aprirono leggermente, in un invito inequivocabile che fece sussultare il cazzo di Dago nei pantaloni. Da sotto, poteva vedere tutto: le calze che terminavano a metà coscia, l’ombra scura del perizoma.

Dago aveva notato che per tutta la sera lei gli aveva lanciato delle occhiate maliziose, ma questo… questo era diverso. Era una dichiarazione di guerra al suo autocontrollo, un invito esplicito a mandare a fanculo ogni regola professionale. La sua mente razionale cercava disperatamente di riemergere dal mare di testosterone che gli annebbiava il cervello: ‘Dago, qui ti stai giocando 2 milioni di euro’, sussurrava quella vocina fastidiosa della coscienza. Ma il suo cazzo aveva altri piani, duro come marmo nei pantaloni mentre fissava la vista oscena che gli si presentava attraverso il vetro.

Si sbloccò all’improvviso, come un animale che si risveglia dal letargo, e raggiunse la maniglia. Nel percorso di ritorno non riuscì a resistere a dare un’altra occhiata verso l’alto: lei era ancora lì, anzi sembrava che avesse aperto ancora di più le gambe. Il perizoma nero era ormai solo una sottile striscia di pizzo che nascondeva a malapena la sua figa e Dago poteva giurare di vedere una macchia scura di umidità sulla stoffa. Quella vista gli fece girare la testa, il sangue che pulsava nelle vene come lava incandescente.

Non fu facile portare a termine quella visita; ogni passo era una tortura, ogni respiro un’agonia di desiderio represso. Il suo cazzo continuava a premere contro la zip dei pantaloni come se volesse liberarsi da solo, e l’odore di Paola – un mix inebriante di profumo costoso e eccitazione femminile – gli faceva venire voglia di spingerla contro il muro e scoparla lì, davanti al marito, mandando a puttane l’affare, la sua carriera e probabilmente anche la sua vita.

A Paola l’appartamento piaceva molto – cazzo se le piaceva, pensò Dago, ricordando il modo in cui si era esibita sul pavimento in vetro. Quindi, come d’accordo, si ritrovarono a casa Padovan per la proposta e la cena. Il tragitto in auto fu un inferno di erezioni represse e fantasie sempre più esplicite, il cazzo che pulsava al ritmo dei ricordi di quelle cosce aperte sopra il vetro.

Prima il lavoro e poi il piacere era il motto di Dago, anche se in quel momento avrebbe voluto mandare affanculo ogni regola professionale. I due uomini si chiusero nello studio a preparare la proposta, concordando le tempistiche della consegna delle chiavi per i lavori. Dago cercava di concentrarsi sui numeri e le clausole, ma la sua mente continuava a tornare a quella vista oscena attraverso il vetro, al modo in cui il perizoma di Paola si era teso sulla sua figa bagnata.

Mentre loro discutevano di burocrazia e tempistiche, Paola coordinava la cena con una calma apparente che faceva impazzire Dago. La sentiva muoversi per la casa, il rumore dei suoi tacchi sul pavimento come un countdown verso qualcosa di inevitabile. Ogni volta che passava vicino allo studio, il suo profumo filtrava attraverso la porta, facendogli perdere il filo del discorso e costringendolo a rileggere più volte le stesse righe del contratto.

Tutti soddisfatti per l’accordo raggiunto, si sedettero a tavola. Con suo piacere e disagio nello stesso tempo, Paola era seduta proprio di fronte a lui — una tortura studiata nei minimi dettagli. La scollatura della sua camicetta, ora che si era tolta la giacca, era un invito al peccato che gli faceva tremare le mani mentre afferrava il bicchiere di vino. I suoi capezzoli, ancora duri come durante la visita all’attico, premevano contro la seta come se volessero bucare il tessuto per raggiungere la sua bocca.

Oramai chiacchieravano di vari argomenti, lasciando quasi sempre il pallino della discussione in mano al padrone di casa, che era un abile oratore. Dago si deliziava con il vino e le pietanze che erano ottime, ma il suo vero appetito era per qualcos’altro. Notava con la coda dell’occhio che Paola lo fissava spesso, e la luce nei suoi occhi era di quelle che ti fanno venire voglia di buttare all’aria il tavolo e prenderla lì, davanti a tutti. Ma lui cercava di concentrare la sua attenzione sul Dott. Padovan, anche se il suo cazzo aveva altri programmi, già duro nei pantaloni al solo pensiero di quello che aveva visto attraverso il vetro dell’attico.

Mentre mangiavano il primo però accadde qualcosa che gli fece perdere ogni parvenza di controllo. Improvvisamente sentì qualcosa scivolare sulla sua gamba e risalire lentamente, con una deliberata lentezza che gli fece contrarre i muscoli delle cosce. Buttò un’occhiata verso Paola e vide un sorriso malizioso accennato sulle labbra, il tipo di sorriso che ti promette l’inferno e ti fa desiderare di bruciarci dentro. Sentì i battiti del cuore accelerare come un motore in folle, e quando il piede di lei scivolò tra le sue gambe, il suo cazzo era già così duro che gli faceva male.

In un primo momento si sentì molto imbarazzato, poi notò che Padovan non aveva notato nulla e continuava imperterrito la sua dissertazione sul mercato immobiliare. Quella consapevolezza gli diede un brivido perverso lungo la spina dorsale. Lasciò scivolare una mano sotto il tavolo e iniziò ad accarezzarle il piede, premendoselo sull’erezione per fargliela sentire meglio – per farle capire quanto cazzo la voleva, quanto voleva affondare dentro di lei fino a farla urlare. Lei continuava imperterrita, accarezzandogli su e giù il membro attraverso i pantaloni con una precisione spietata che lo faceva impazzire.

Forse aiutato dal coraggio che sa infondere un buon vino rosso, e per rispondere in maniera appropriata alle provocazioni di quella troia di classe che si fingeva moglie perfetta, decise di sbottonarsi i pantaloni. Il rumore della zip che si abbassava gli sembrò assordante, ma nessuno parve notarlo. Iniziò ad accarezzarle la pianta del piede con il suo cazzo nudo, guardandola negli occhi mentre lei fingeva di ascoltare il marito. Notò nello stesso tempo che anche Paola aveva lasciato scivolare una mano sotto il tavolo, e che il suo colorito era molto più rosso di quando si erano seduti a tavola. Dalla maniera in cui si mordeva il labbro inferiore, poteva scommettere che le sue dita stavano giocando con la sua figa bagnata attraverso il perizoma.

Inaspettatamente furono interrotti dall’ingresso del cameriere che annunciava una telefonata urgente da Hong Kong per il dottore. Padovan si alzò scusandosi, il maledetto lavoro internazionale, senza orari, “Temo che sarà una cosa lunga, se volete proseguire…” Dago sentiva il cazzo pulsare dolorosamente contro il piede di Paola, ma riuscì a mantenere un tono professionale: “Dottore non ho fretta, la aspetto volentieri.” “Grazie, faccio il prima possibile…” E si allontanò. Dago lo seguì con lo sguardo fino a quando non si chiuse alle spalle la porta della sala da pranzo, il cuore che gli martellava nel petto come un animale in gabbia.

Si girò per parlare con Paola ma non la trovò più a tavola. Improvvisamente sentì qualcosa che si stringeva attorno al suo cazzo come una morsa di velluto bagnato. Alzò la tovaglia e trovò Paola che impugnava il suo membro e lo guardava con occhi affamati, la lingua che le bagnava le labbra come una gatta davanti a una ciotola di panna. “Voglio che questa sia una cena indimenticabile,” sussurrò, e abbassò la testa ingoiandolo tutto in un unico movimento fluido che gli fece vedere le stelle. “Paola ma che fai… se rientra all’improvviso…” La sua protesta si trasformò in un gemito strozzato quando sentì la sua lingua vorticare intorno alla cappella. “Stai calmo, ne avrà almeno per mezzora con Hong Kong.” E ricomincio a succhiarglielo come se fosse l’ultimo pasto della sua vita.

Era così bello perdersi nel calore umido della sua bocca, e lei era così brava che non riuscì a resisterle. Rimase per un po’ fermo a guardare la sua testa che si muoveva su e giù, ipnotizzato dal modo in cui le sue labbra si stringevano attorno al suo cazzo come se volessero spremergli l’anima. Poi quando, secondo lei, fu abbastanza duro, iniziò a leccarlo come una puttana affamata. Si aggrappò con le mani ai suoi pantaloni facendoli scendere maggiormente per poter raggiungere le sue palle, prendendole in bocca una alla volta mentre lo masturbava con movimenti decisi.

Dago non resisteva più, il sangue che gli pulsava nelle orecchie come un tamburo di guerra. La prese per i capelli, stringendoli in un pugno mentre lei gemeva di piacere – la vera natura di questa moglie perfetta che emergeva come una bestia in calore. La allontanò un poco e iniziò a schiaffeggiarla con il suo cazzo duro come marmo. “Ti piace prenderlo in bocca eh?” le disse con voce roca. “Si si… ti prego dammelo” gli rispose Paola, la voce spezzata dal desiderio. “Allora prendilo tutto” e le spinse giù la testa facendoglielo arrivare fino in gola. Sentiva i suoi gemiti soffocati mentre la usava come un giocattolo, e iniziò a muoverla su e giù senza pietà.

“E voglio anche le tue tette!” ringhiò Dago, la voce roca di desiderio. Mentre lui le muoveva su e giù la testa lungo la sua asta, lei, consumata dalla stessa fame selvaggia, si slacciò la camicetta mettendo in mostra i suoi due splendidi seni che premevano contro il reggiseno a balconcino. “Tirali fuori,” le ordinò, “voglio vederli ballare mentre ti scopo la bocca.” Lei si sporse in avanti offrendoglieli, liberandoli dalla prigione di pizzo nero, orgogliosa di mostrargli quanto i suoi capezzoli fossero già duri per lui. Lui glieli accarezzò con il membro, strofinando la cappella grondante di saliva sui capezzoli turgidi. “Ti piace sentirti così presa, così posseduta?”

Poi lo lasciò fermo nel solco tra i due seni. “Sai cosa devi fare, vero?” le disse guardandola negli occhi, perso nel verde delle sue iridi annebbiato dal piacere. Paola si sfilò il reggiseno e strinse le tette attorno al suo cazzo, iniziando a muoversi con una sensualità che gli fece girare la testa, cercando la cappella con la lingua ogni volta che spuntava tra i seni. I suoi capezzoli erano così duri che sembravano voler scoppiare, e lui poteva sentire il suo respiro affannoso mentre si strusciava contro di lui, persa nel proprio piacere quanto lui.

Dago non resisteva più. La voleva, tutta, adesso. Fanculo il dott. Padovan e fanculo i 2 milioni. La fece alzare girandola verso la tavola e le sollevò la gonna. Le accarezzò i glutei, li strinse con forza possessiva, poi lasciò scivolare la mano sotto il perizoma trovando la sua figa così bagnata che le cosce erano lucide di desiderio. Le infilò dentro le dita, tre, e la sentì gemere di puro piacere animale. Si alzò in piedi e la penetrò con una spinta profonda che la fece sussultare di estasi.

La sentì spingersi contro di lui per prenderlo tutto, supplicando di più con una voce rotta dal desiderio. Allora Dago, aggrappandosi ai suoi seni come ancore nella tempesta, iniziò a scoparla con tutta la forza e la voglia che aveva accumulato. Non gli bastava: voleva possederla, farla impazzire di piacere, marcare ogni centimetro del suo corpo con il suo desiderio. La sua figa gli si stringeva attorno al cazzo come una morsa di velluto bagnato, e mentre la sua verga si muoveva dentro e fuori la sentiva aderire completamente a lui, succhiandolo dentro come se volesse prosciugarlo di ogni goccia del suo piacere.

Era bellissimo. Il suo cazzo affondava in quella figa bagnata come se fosse stato creato apposta per lei, ogni spinta più profonda della precedente. Lei si stringeva intorno a lui con un ritmo ipnotico, come se volesse spremergli l’anima goccia dopo goccia. Quando la sentì tremare, i muscoli interni che pulsavano in un orgasmo violento, non riuscì più a trattenersi. Venne dentro di lei con spinte selvagge, riempiendola del suo piacere mentre lei soffocava i gemiti mordendosi le labbra.

Paola si lasciò andare contro di lui per un momento, il respiro ancora affannoso, poi si voltò e si inginocchiò davanti a lui. Lo prese in bocca con una fame rinnovata, la lingua che lo ripuliva da ogni traccia del loro piacere condiviso. C’era qualcosa di primordiale in quel gesto, un’intimità oscena che lo fece fremere di nuovo. Una volta finito, lo ricompose con gesti precisi ma sensuali, come se stesse impacchettando un regalo per più tardi.

“Dobbiamo tornare a tavola,” sussurrò, la voce ancora roca di desiderio. Si sedette, sistemandosi la gonna con un gesto studiato. Lui la guardava mentre sorseggiava il vino, il rossetto perfettamente ritoccato. Solo il rossore sulle guance e una luce selvaggia negli occhi tradivano quello che era appena successo. “Sei pericolosamente meravigliosa,” le disse.

Lei sorrise, e in quel momento il Dott. Padovan rientrò nella stanza.

Dago cercò di celare il suo imbarazzo dietro un sorriso. “Cosa avete da ridere?” chiese Padovan. “Siamo già scivolati alle barzellette mentre ti aspettavamo.” Padovan iniziò a raccontarne di sue, e la serata corse via quasi tranquilla, con Paola che ogni tanto da sotto il tavolo lo raggiungeva con il piede, riaccendendo braci che non si erano mai davvero spente.

Uscendo quasi dimenticò la proposta – il suo cervello ancora annebbiato dal profumo di sesso che gli sembrava di avere addosso. L’aria fresca lo fece tornare alla realtà, il corpo che vibrava ancora per quello che era successo. Ma cosa c’era di più bello che chiudere un affare da 2 milioni e scoparsi una donna del genere nello stesso tempo?

Guardandosi nello specchietto della macchina si rispose da solo: poterla avere nel letto tutte le sere, sentire quella bocca affamata succhiargli l’anima ogni volta che ne aveva voglia. Accese la macchina rabbioso e guidò verso casa, il cazzo che già si induriva al solo pensiero di rivederla.

Il cellulare segnalò l’arrivo di un messaggio. ‘Non ti dimenticare di me. Stanotte voglio essere nei tuoi sogni. Un bacio della buona notte. Paola.’ Leggendo la firma del messaggio quasi passò con il semaforo rosso. Quella notte non prese sonno. La sognò comunque ad occhi aperti, il corpo che fremeva al ricordo della sua figa stretta che lo succhiava come se volesse prosciugarlo, della sua bocca affamata che lo ripuliva dai loro umori mescolati. E sapeva, con la certezza di chi ha assaggiato un frutto proibito, che questo era solo l’inizio.

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