La vendetta di un marito - 3 Sono tua, papà

  • Scritto da italsex il 02/02/2020 - 16:34
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Mancavano pochi istanti alle 23.
La ragazza attraversò il parcheggio del parco con passo non eccessivamente sicuro. Colpa dei tacchi? O magari aveva anche bevuto qualcosa di alcolico? Notai immediatamente come la gonna si fosse “misteriosamente” accorciata, rispetto a quando era uscita di casa. Adesso stanca e assonnata, si era dimenticata dei trucchetti che le ragazze adoperano per buggerare i padri.
Che gambe slanciate aveva e come si era fatta alta la nostra piccina. All’occhio di chiunque altro, adesso, sarebbe sembrata una ragazza grande, appetitosa, arrapante.
- Ma che c’è? Hai bevuto?
- Ma papà, sei matto? – disse con l’alito che si sentiva di Gran Marnier. Non volli infierire.
- Mamma ha telefonato. Visto che il meeting si è protratto, ceneranno tardi, così pernotta in albergo e torna domani.
- E ti pareva... disse, ma senza amarezza.
Quelle parole così semplici ma significative mi ricordarono, in un solo istante, tutta la situazione problematica che tu avevi permesso si creasse tra noi.
Io ero diventato autista, maggiordomo e baby sitter... ma gli anni erano passati, e a furia di aspettare che lei crescesse, me la ritrovavo al mio fianco già donna.
Certo, facendo tutto per amore quasi non mi ero accorto del tempo che passava; ero sempre felice di stare con la ragazza, a sua disposizione con gioia.
Intanto tu ne approfittavi, bruciando gli anni della mia esistenza, evirandomi, tenendomi in un cantuccio: al mio fianco una falsa moglie. Eravamo una coppia solo per salvare le apparenze... ma senza mai neppure un vero litigio, un vero confronto. Io gridavo e tu tacevi. Aspettavi paciosa che mi sbollisse l’ira e tornassi a fare lo “sguattero”.
Avrei mai potuto distruggere la famiglia? Certo che no... la bambina avrebbe sofferto troppo... e tu sapevi quanto l’amavo, Era la tua assicurazione sulla vita: una vita agiata, una bella facciata e tutta la libertà di fare il tuo porco comodo. Questo senza preoccuparti di trovare almeno un’ora, per accontentarmi, per eccitarmi, per permettermi un contatto carnale soddisfacente.
Ma quella notte tutto cambiò: l’eccitazione ebbe la meglio; la misteriosa propensione verso il padre... ebbe la meglio. Il piacere... ebbe la meglio sull’etica e sui rapporti con mia figlia.
E quando tutte queste cose collimarono, annebbiato dall’insana passione, invece del male e della tragedia che scaturivano dal mio comportamento, vidi solo la gioia del peccare. Un peccare talmente libidinoso e violento che avrebbe travolto anche te e la tua sicumera.
La nostra passione avrebbe avuto un movente e anche un fine: la vendetta.
Inutile dirlo, arrivati a casa lei, ormai in stato catatonico per la stanchezza, si lasciò cadere sul letto matrimoniale e crollò, ancora vestita, nel sonno.
Come facevo quand’era una bambina toccò a me spogliarla, a cominciare dalle scarpe. Persino i piedini sudati nelle calze emanavano femminilità; il suo abbandono, l’essere inerme, sollecitavano la mia tenerezza ma ormai quell’amore paterno era malato, inquinato dal desiderio carnale.
Mi trattenni dal guardare sotto la gonna, l’avrei lasciata così, ma la camicetta stretta non era assolutamente adatta a farla riposare a suo agio.

Andai a prendere il pigiama.
Quando tolsi la camicetta feci del mio meglio per trattenermi, ma i suoi seni nudi erano porcellana purissima e i capezzoli rosei, i fiori più belli mai visti. Non c’era altra espressione per descrivere quella visione: stavo osservando la Primavera!
Feci del mio meglio per cambiarla, senza eccedere nello sfiorarla. Mi imposi movimenti meccanici, disinteressati, ma il mio cazzo si fece definitivamente duro, dopo aver titubato, barzotto, nell’ultima mezz’ora.
Intanto pensavo alle calze. Poteva dormirci o erano strette e le pressavano le gambe?
Sicuramente era meglio toglierle. Avrei cercato di farlo alla cieca, ficcando le mani sotto la gonna, per arrivare all’elastico, sui fianchi.
Il mio cuore ebbe un sobbalzo, sfiorandole le cosce con le mani, ero venuto in contatto con la sua carne bollente, troppo prima di arrivare alla vita. Ma poi capii, ricordai ciò che avrei voluto scordare: indossava i collant a reggicalze, quelli che mi aveva già mostrato.
L’ingorgo sotto quel piccolo pezzo di stoffa diventava sempre più complicato, mentre io arrapato iniziavo a sudare freddo. Avrei voluto sparire, scappare via dalla stanza... ma qualcosa mi tratteneva per il petto e per i coglioni. L’eccitazione mi comandava, mentre cercavo di far finta di essere un bravo padre premuroso.
Alzai la gonna con la punta delle dita, lo spettacolo mi toglieva l’aria.
“Maledizione... tutto il mondo al contrario!” pensai quasi con rabbia.
La piccola malandrina aveva ascoltato il mio consiglio!
E adesso?
Per calare i collant dovevo prima levarle le mutandine; normalmente a quel punto avrei dovuto lasciar perdere, ma ormai ero un orco travestito da padre. La virilità faceva il suo corso a dispetto di ogni tabù. Mi imposi di non fare nulla di male, ma non mi frenai nel fare le mosse che fingevo utili pur di succhiare la sua bellezza fino all’ultima goccia.
Lentissimo calai le mutande di mia figlia, La fighetta rosa esplose in tutto il suo splendore. I peli chiari erano tutti al centro, sul monte di Venere. Lei non era pelosa ma era evidente che qualcosa aveva fatto per avere una “V” così perfetta. Sembrava una freccia messa a indicare l’inizio del delicato spacco. Un po’ più giù immaginai cosa doveva significare sprofondarci il cazzo, come un treno che lento e inesorabile scompare in un tunnel.
“È ancora vergine?” mi chiesi? Ero sicuro di sì... cosa avrei pagato per non trattenere le mie dita dal verificare, ma riuscii a fermarle.
Un pensiero malefico, tra i tanti, mi rovesciò ancora una volta il mondo intorno: se fosse stata già deflorata, pur se così giovane, allora di certo era già una “puttanella”! Come se questa avesse potuto rendere più giustificabili i miei desideri peccaminosi.
Schiuse le cosce, gli ultimi peletti in basso sembravano roridi di rugiada.
Mi feci forza, tolsi le calze, non le rimisi le mutande ma la coprii alla meglio con la minigonna, poi anche con la coperta, e mi allontanai dal letto per tornare in me.
Forse quella notte avrei dovuto dormire solo, in camera sua, o rannicchiato sul grosso divano. Ma ero troppo abituato al mio letto e poi, c’era lei, sdraiata e senza mutandine. Non avevo alcuna intenzione programmata ma l’attrazione della sua carne tenera era una calamita irresistibile.
Mi piazzai dalla mia parte, grazie alla mia lucetta puntata ripresi a sfogliare le pagine del mio ultimo libro. Da supino, come al solito, sonnecchiavo, poi riprendevo a leggere, ma non dormivo veramente. L’agitazione e il turbamento mi tennero in quello stato di dormiveglia più del solito. Verso le 4, quasi in stato catatonico, la piccola si alzò.
- Pipì, - disse nella penombra e trovate le pantofole, raggiunse il bagno.
- Vai tesoro! – risposi, subito sveglio, ma non sono sicuro che lei fosse in grado di capire. Sentii il lungo e rumoroso scrosciare dell’orina. Cazzo, era vero, la sera prima avrei dovuto farla pisciare prima di portarla a letto.
Tornò poco dopo, inebetita come quando era partita.
Si rimise sotto le coperte, la sentii armeggiare un attimo, poi dalle lenzuola tirò fuori qualcosa che lanciò verso il comò: si era tolta la gonna!
Io non ci volevo far caso ma al mio cazzo quel movimento non sfuggì. Lo sentii saltare letteralmente negli slip; si accingeva a farsi duro tutto da solo.
Finalmente spensi la luce. Mi voltai sul fianco, opposto a lei per non cadere in tentazione. Ma di dormire non se ne parlava. Ero agitato; per fortuna il cazzo ridivenne molle, mentre mille palpitazioni mi attraversavano la mente. Pensai perfino a te, Teresa. Pensai se eri stata sincera oppure eri rimasta a dormire fuori perché avevi un amante.
Ci avevo pensato spesso, sai? Ma il disgusto e il disinteresse che ormai provavo per te mi facevano sempre passare la voglia di controllarti... e poi cosa? La tua vita era talmente piatta, borghesotta e banale, da far passare la fregola persino a un eremita in astinenza. “Vaffanculo Teresa, pensai, sei più morta della Sfinge, per me”.
Poco dopo fu la piccola a rifugiarsi dietro me. Lo ha sempre fatto... niente di male, anche se adesso il mio modo di vederla era cambiato. Mi imposi comunque di trattenermi, sperando che quei giorni di martirio passassero in fretta.
Non era il “venire” che mi mancava, ma quando un corpo così giovane e dolcemente femmineo ti si accosta, allora ti accorgi che mille seghe non sostituiscono una carezza femminile.
Era dietro di me, sagomava la mia stessa posizione, un po’ fetale, il braccio disteso sulla mia pancia. Dormiva di certo... erano i soliti movimenti che faceva nel sonno. Pochi minuti e avrebbe di nuovo cambiato posizione.
Ma non andò così.
Dopo la sua mano scese un po’ più in basso... poi ancora e ancora, fino a farmela sentire, calda, nella zona inguinale. Volevo piangere: mentre io cercavo di restare immobile, statuario.
Come un missile che sale verso lo spazio, il mio cazzo iniziò a crescere, a crescere, e come se sapesse dove andare, la mia capocchia spessa si andò a conficcare nel palmo della sua manina.
Dovevo fare qualcosa e presto, scrollarmela di dosso con delicatezza, uscire da quel momento imbarazzante senza conseguenze. Senza che la piccola si svegliasse... Ma mentre cercavo una via d’uscita, la mia fanciulla strinse la mano, le dita mi agguantarono il cazzo con dolce decisione.
Sentii il respiro caldo sull’orecchio: era sveglia! Sicuramente sì, perché dopo un istante sussurrò con un fil di voce:
- Fallo a me quello che faresti alla mamma, papà. Non mi dispiace... non mi offendo...
Riprese fiato, come se per lei fosse uno sforzo tremendo profferire quelle parole.
- Se la mamma non c’è... se ti manca una donna, ci sono io per te, sempre!

Cominciò così, Teresa.
Dopo le bizzarrie, gli sfioramenti, le paure e la prima vergogna.
Quando la nostra piccola che ormai era quasi una donna pronunciò quelle parole, capii che tu, particolarmente tu, Teresa, avevi creato non uno ma due infelici. La dovevi pagare, Teresa. L’avevo sempre pensato ma non avevo mai trovato l’opportunità di ferirti, la possibilità di vendicarmi, senza distruggere tutto il nostro matrimonio.
Le parole di nostra figlia, quella notte, mi aprirono un orizzonte nuovo, sicuramente turpe, ma che ci attraeva entrambi. Forse sarà stato solo il piacere infinito che provavamo a sfiorarci, al solo pensiero di superare “certi limiti”, forse era il fascino del peccato... eppure, cara moglie, ti posso garantire che all’alba di quel mattino, io e forse anche lei, toccai il Paradiso!

Continua...

Il titolo di questo racconto mi ha fatto rievocare un mio grande ma meraviglioso peccato : Anche mia figlia mi disse così ma dopo alcuni anni, prima trovavo molto eccitante quello che facevo alla mia bambina di nove anni a casa sotto gli occhi di mia moglie. Risalivo con la mano destra sotto la sua gonnellina toccando il Paradiso in terra. Più di qualche volta riuscii a farla godere e credetemi, il godimento psichico che si prova per me è superiore a quello fisico. Certo alla mia piccola la feci godere anche col mio sesso. Si ha un grosso vantaggio scopare una bambina, le si può sborrare tranquillamente dentro. Evviva l'amore

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